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Nel 2003 Treviso si attesta 4a provincia in Italia quanto a valore delle esportazioni
(8.328 milioni di Euro), e 3a quanto a saldo commerciale (prima in Veneto).
In termini di dinamica, Treviso accusa una leggera flessione dell’export
(-0,4%), sintomo della stagnazione dei mercati internazionali, più che
di una reale perdita di competitività. Tale flessione infatti è pur
sempre poca cosa rispetto a quanto succede in Veneto (-8,5%) o in Italia (-4,0%),
o addirittura nella vicina Vicenza, dove l’export si contrae addirittura
del 21,4%, passando da 11.787 a 9.266 milioni di Euro.
La verifica sulla competitività della provincia nei mercati esteri
passa per l’analisi delle performance dei singoli settori, più che
per forzose tassonomie, come quella di Pavitt, che pubblichiamo solo per dovere
d’ufficio. (1)
Calzature sportive: il 2003 si chiude con un export in aumento del +5,7% contro
il –3,2% del Veneto e il –7,8% in Italia. Non si tratta di una
crescita “drogata” dalle delocalizzazioni del distretto di Montebelluna: è vero
che la Romania ormai si pone come primo mercato export della filiera, per effetto
dei flussi di semilavorati e materiali inviati in conto lavorazione, ma nel
complesso la variazione delle esportazioni verso tutti i Paesi dell’est
Europa si ferma al +3,3%. Ciò che davvero determina il risultato di
fine anno è l’incremento del 14,3% delle vendite nell’Unione
europea (+50 milioni di Euro): vitale, per un’area-mercato in cui si
concentra il 48% delle esportazioni del distretto. Suggella positivamente il
quadro la variazione del +5,5% registrata per l’export di articoli sportivi,
componente essenziale della filiera sportsystem.
Tessile-abbigliamento. Resta l’anello debole del manifatturiero trevigiano.
La contrazione dell’export per questo settore è del 5% rispetto
al 2002, pari a ca. 100 milioni di Euro di minori vendite all’estero.
Peggio la variazione nazionale (-7%) e quella regionale (-10,3%): tant’è che
il contributo di Treviso all’export regionale per il settore aumenta
dal 35,4% al 37,5%. Ma non è fatto di per sé consolante. In molti
mercati finali le variazioni negative sono a due cifre: in Germania la flessione
dal 2001 al 2003 è del 30,7% (-80 milioni di Euro), nel Regno Unito,
per il solo 2003, l’export trevigiano si contrae del 18%. Non riusciamo
ad esserci neppure nei mercati emergenti: Russia (-15%), Portogallo (-17%).
Fra i primi 20 paesi export spiccano solo i Paesi dell’Est (Croazia,
Ungheria, Romania) e l’area del Mediterraneo (Tunisia, Turchia e Grecia);
facile immaginare come questi flussi siano correlati alle delocalizzazioni
(ad esclusione della Grecia). Scomponendo il comparto si coglie la forte contrazione
dei prodotti di maglieria (-9,2%), contro la crescita dell’esportazione
di tessuti (+10,4%).
Macchinari per l’industria. Depurato dagli “elettrodomestici” (2), è un’altra “punta
di diamante” della competitività trevigiana, in controtendenza
positiva a Treviso (+5,1%), contro il –2% Veneto e il –1,5% nazionale.
Dinamica che supera il +10% con riferimento all’export di macchinari
per impieghi speciali e che trova attenuazione, per fattori congiunturali,
solo nei macchinari per l’agricoltura (-3,4%). Un risultato che conferma
come si possa tenere testa ai mercati mondiali puntando su prodotti non solo
a forte contenuto tecnologico, ma posizionati all’interno di nicchie
di mercato altamente difendibili, di natura complessa ed inimitabile, offerti
sulla base di una progettazione dedicata (e poco importa, a questo punto, come
siano classificati dall’amico Pavitt). La performance positiva è certamente
sostenuta dalla domanda di macchinari nei Paesi dell’Est, cresciuta del
+17,3% nel solo 2003 (3). Ma è clamorosa l’affermazione nel regno
del made in Germany, dove le vendite del settore si espandono del 21,4% (da
174 a 210 milioni di Euro).
Elettrodomestici. Lo scorporo dal settore dei macchinari mette in luce la
performance negativa del settore: -4,5% l’export trevigiano, meglio del
Veneto (-6,9%), ma non meglio dell’Italia (-3,3%).
Cresce invece vertiginosamente l’import, a Treviso in modo più che
doppio che in Italia: +19,8%, contro una media nazionale del +8,2%. Gioca il
suo ruolo l’import cinese di elettrodomestici (effetto degli investimenti
produttivi realizzati da importanti imprese trevigiane): esso cresce infatti
di quasi tre volte rispetto al 2001 (+175%), rappresenta ora ¼ dell’import
trevigiano del settore (la quota nel 2001 era del 12,8%) e si posiziona subito
a ruota della Romania, dalla quale proviene il 50% degli elettrodomestici importati.
Significativa la disaggregazione per macro-aree geografiche: l’export
di elettrodomestici trevigiani “tiene” (+1,9%) nel c.d. mercato
domestico allargato (l’Unione europea, nella quale si concentra il 65%
delle vendite all’estero del settore). Forti difficoltà invece
in Asia (-21%) e negli Stati Uniti (-36%) due aree-dollaro che sanciscono la
sensibilità al cambio del settore.
Mobili. Anche per questo settore si fanno sentire le difficoltà congiunturali,
ma con effetti contenuti rispetto a quanto accada a livello regionale e nazionale:
la flessione dell’export di mobili a Treviso (-1,3%) è infatti
assai meno drammatica rispetto al –10,4% del Veneto e al –8,6%
dell’Italia. Se il confronto si svolge sul biennio 2001-2003 i distacchi
sono ancora più evidenti: Treviso si difende attorno alla stazionarietà (-0,5%),
mentre le esportazioni regionali e nazionali di mobili si contraggono le prime
del 13% (-200 milioni di Euro), le seconde del 10% (-800 milioni circa). Notevole
il rafforzamento del peso trevigiano nell’export regionale: passa dal
48,7% del 2001 al 55,8% del 2003.
Apparecchiature elettriche e di precisione. E’ il settore che accusa
maggiori difficoltà, soprattutto considerando la performance nel biennio
2001-2003. L’export si contrae di quasi il 26%, contro il –4,5%
del Veneto e il –16% dell’Italia. In calo anche le importazioni
nel complesso: -20% nel biennio a Treviso. In controtendenza tuttavia i flussi
per e dall’est europa: l’import in particolare cresce del +52,9%
nel biennio e del +28,4% nel 2003 rispetto al 2002: dinamiche generate dalle
delocalizzazioni che hanno interessato (e stanno interessando) l’indotto
della filiera dell’elettrodomestico, soprattutto nell’area coneglianese.
Contribuisce alla performance negativa del settore, il segmento degli apparecchi
di illuminazione (-10,6%).
Fra gli altri settori più rilevanti per l’export trevigiano,
buona l’affermazione di prodotti in materie plastiche (+8,8%) e delle
parti ed accessori per autoveicoli (+9,4%).
Quanto ai flussi di Investimenti Diretti Esteri (tav. 5.8), dinamiche in forte
calo si registrano sia per gli IDE effettuali all’estero da imprenditori
trevigiani, sia per gli IDE effettuati in provincia da investitori esteri.
I primi flettono da 462 milioni di Euro del 2000 a 366 milioni di Euro del
2002, dopo un tentativo di recupero nel 2001; i secondi crollano, letteralmente,
da 1.196 milioni di Euro del 2000 ai 282 milioni di Euro del 2002. E’ peraltro
il sistema-Paese che non pare convinto ad intraprendere, in forme strutturate,
strategie di presidio diretto dei mercati (di vendita come di produzione),
considerata l’oscillazione degli IDE verso l’estero. Drammatico,
peraltro, il “vuoto” di investimenti nel Mezzogiorno.
Fra le province venete solo Verona polarizza nuovi e cospicui flussi di investimenti
dall’estero (da 49 milioni di Euro del 2000 a 1.685 milioni di Euro del
2002).
1 La tassonomia di Pavitt, come noto, disaggrega le importazioni e le esportazioni
per contenuto tecnologico dei beni. Tuttavia si noterà come l’ipotesi
di analisi che sta a fondamento della tassonomia (alto contenuto tecnologico
= alta competitività sui mercati) non risulti verificata, almeno nell’elaborazione
proposta da Unioncamere che riunisce in tre macrocategoria (agricoltura e materie
prime, prodotti tradizionali e standard, prodotti specializzati e high-tech)
la più articolata griglia originale di Pavitt. Si noterà infatti
(tav. 5.7) l’assoluta mancanza di correlazione tra quota di prodotti
specializzati/high tech e performance esportativa dei territori. Treviso risulterebbe
con una quota di prodotti ad alto contenuto tecnologico pari al 33,3% del totale
beni esportati, inferiore sia alla quota veneta (33,9%), che a quella italiana
(42,5%), così come alle quote di Padova (44,1%), Venezia (41,5%) e Rovigo
(37,2%): eppure la performance di Treviso, in termini di variazione percentuale
dell’export 2003 su 2002, risulta superiore a tutti i territori menzionati.
Viceversa, Verona, la cui quota di prodotti high-tech “sarebbe” inferiore
a quella trevigiana, spunta l’unica crescita positiva dell’export
a livello veneto.
2 Si è sottratto il DK 29.7 al settore DK 29.
3 Le dinamiche più considerevoli nell’Est Europa riguardano Russia
(+62%, che recupera la flessione del 2002), Polonia (+20,5%) e Repubblica Ceca
(+30,8%). E’ interessante notare come, dopo una prima fase in cui le vendite
di macchinari andavano a traino delle delocalizzazioni (in particolare in Romania),
oggi le opportunità di business nell’area si siano sensibilmente
allargate.
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